UAE Emirates XRG, Mauro Gianetti su Tadej Pogačar: “Quando lo prendemmo, si capiva già che era speciale – È come Roger Federer: non gli serve atteggiarsi a stella, lo è”

Tadej Pogačar è il corridore che ha radicalmente cambiato la storia del ciclismo. Partito dalla Slovenia, è arrivato sul tetto del mondo a suon di vittorie e di statistiche straordinarie, con cui sta riscrivendo il libro dei primati di questo sport. A 27 anni, ha già superato di netto le 100 vittorie in carriera, ha vinto quattro Tour de France, 10 Classiche Monumento, due Mondiali, oltre a tante altre cose, mettendo in mostra un talento spesso inarrivabile per tutti gli altri. Il tutto con un atteggiamento che è rimasto abbastanza “normale” e genuino, almeno per quel che si può vedere in pubblico.

Una delle persone che ha vissuto la clamorosa ascesa di Tadej Pogačar verso l’Olimpo dello sport è Mauro Gianetti, il direttore generale della UAE Emirates XRG. Lo sloveno è stato portato da giovanissimo fra i professionisti proprio dalla squadra emiratina, con quella maglia ha raccolto tutto quel che ha raccolto e a quei colori rimarrà legato ancora a lungo. “Il nostro direttore sportivo, Matxin Fernández, lo seguiva da tempo – racconta Gianetti a RIDE Magazine – Io l’ho incontrato dopo la sua vittoria al Tour de l’Avenir 2018 e abbiamo firmato il nostro primo contratto con lui in quel momento. Si poteva vedere subito il carisma di quel ragazzo. Aveva solo 19 anni, ma sapeva esattamente quello che voleva. Sapeva di poter diventare un campione, ma non vedevi arroganza in lui”.

Campione sì, ma “così tanto” campione? “All’epoca era un po’ sovrappeso, aveva almeno 4 chili in più rispetto a ora – ricorda l’ex corridore svizzero – Ma sulle salite lunghe batteva già tutti. Avevamo aspettative, certo, ma non avremmo neanche sognato, in quel momento, che Tadej sarebbe diventato cio che è ora. Però, trasmetteva una specie di energia che mi ricordò il mio primo incontro con Roger Federer: ci trovammo insieme da atleti ai Giochi olimpici di Sydney 2000 e quando ci parlai sentii in lui qualcosa di speciale. Con Tadej, è stata la stessa cosa”.

Al primo anno da professionista, Pogačar cominciò subito a macinare successi e a far girare più di qualche testa: “La prima volta che mi ha impressionato profondamente fu alla Vuelta a España 2019 – ricorda Gianetti – Durante la penultima tappa andò via da solo per 39 chilometri e vinse. Dietro c’erano tutti gli uomini di classifica che spingevano, ma non riuscivano ad avvicinarsi a lui. E credo che Tadej avrebbe persino vinto quella Vuelta (che invece vinse Primož Roglič – ndr) se la Movistar non si fosse messa a tirare al massimo a un certo punto. In quel primo anno, esordì al Tour Down Under, che chiuse 13esimo: è l’unica corsa a tappe della sua carriera che non ha finito fra i primi 10, ma solo per un errore del nostro direttore sportivo di allora…”.

L’anno dopo, nel 2020, la consacrazione, al Tour de France, con la memorabile cronometro vinta a La Planche des Belles Filles: “Quel giorno significò tantissimo per lui – sempre Gianetti – Lui sapeva di poter vincere, ma, da parte nostra, non c’era alcuna pressione. Abbiamo tutti creduto nell’opportunità e lui, quel giorno, ha reso chiaro a tutto al mondo che ci si trovava di fronte a un’atleta speciale, che già gareggiava con il sorriso sul volto e la spensieratezza nella mente“.

Quel successo ha reso anche più evidenti alcuni aspetti del carattere di Pogačar: “Gestire la vittoria di un Tour de France a quell’età potrebbe non essere facile, ma quel successo non ha proprio cambiato Tadej. Non ha iniziato a sentirsi il re del mondo e non si è comprato subito una Ferrari. La prima cosa che ha pensato è stata quella di vincere anche il Tour successivo, per dimostrare di meritare quella vittoria. A lui non interessa essere una stella o essere popolare. A lui interessa vincere grandi corse. Dopo una gara, riesce a spostare la sua concentrazione su quella successiva e sulle opportunità che ha davanti. Anche questo mi ricorda Federer: sono campioni che non hanno bisogno di atteggiarsi a stelle, lo sono e basta. Non cercano attenzioni e non pensano sempre a case più grandi, automobili o orologi di gran lusso. Loro fanno semplicemente quello che sanno fare”.

Non ci sono però stati solo grandi vittorie nella carriera dello sloveno fin qui. “I due Tour de France che ha perso lo hanno reso ancora più forte – il pensiero di Gianetti – Il fatto che Jonas Vingegaard lo abbia battuto nel 2022 e nel 2023 lo hanno spinto ancora più in là e lo hanno reso ancora più attento nel suo approccio agli allenamenti. Adesso sta raccogliendo i frutti di quel cambio. La crisi sul Col de la Loze nel 2023? Per me quello rimane il giorno migliore della carriera di Tadej: un campione come lui che finisce la tappa completamente esausto, a 7 minuti dal primo… Penso che novanta volte su cento un corridore in quella condizione finisca per ritirarsi. Lui avrebbe potuto farlo, facendo magari vedere di non essere in grado di gestire quella situazione. Invece, ha dimostrato rispetto al Tour, a Vingegaard stesso e alla squadra: al ritiro non ci ha mai nemmeno pensato, ha accettato la sconfitta e ha cercato subito il riscatto. Tre giorni dopo, ha vinto una tappa e si è garantito il secondo posto nella generale. Da applausi”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio
Chiudi

Adblock rilevato

Ciao!   Per favore, potresti disattivare il tuo adblocker su SpazioCiclismo? :)   Sappiamo che la pubblicità invasiva è fastidiosa e lavoriamo sempre per cercare di limitarne l'utilizzo. Recentemente abbiamo apportato importanti modifiche proprio in questo senso, cambiando partner per ottimizzare la necessaria raccolta pubblicitaria, che permette al nostro sito di andare avanti da oltre dieci anni, e bilanciarla con la giusta fruibilità del sito.   Altrimenti, puoi abbonarti alla nostra versione AdFree. Il primo mese è gratis, clicca qui per provarla!